Artrosi e protesi

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Che cos’è la gonartrosi?

L’artrosi del ginocchio, o gonartrosi, è la più comune malattia del ginocchio in età senile. E’ una malattia cronico-degenerativa che porta ad un danno articolare crescente fino a comportare un grado significativo di disabilità. Può essere grossolanamente definita una sorta di “usura” dei capi articolari, nella quale lo strato di cartilagine che riveste i condili femorali e i piatti tibiali si assottiglia progressivamente fino ad esporre l’osso sottostante. Questo reagisce addensandosi e producendo escrescenze periferiche appuntite, gli osteofiti. Anche la rotula può essere coinvolta insieme con la sua superficie di scorrimento sul femore distale (la troclea). Nelle fasi più avanzate della malattia la capsula articolare si ispessisce e i muscoli si retraggono fino a determinare un ginocchio rigido, in genere semiflesso e varo.

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Chi ne è colpito?

La gonartrosi è una patologia tipica dell’età avanzata (oltre i 60 anni), soprattutto nelle sue forme primarie (ovvero a causa ignota), che, contrariamente all’artrosi dell’anca, prediligono il sesso femminile. Quando l’artrosi consegue ad una condizione morbosa pre-esistente, ovvero è secondaria,l’età media di insorgenza può abbassarsi notevolmente (40-50 anni).

Quali sono le cause?

La gonartrosi primitiva è una condizione di cui non è nota la causa determinante. L’ambito delle forme primitive è destinato inevitabilmente a restringersi con il progredire della conoscenza della malattia. Pare che l’obesità (e quindi il maggior carico) insieme a fattori predisponenti costituzionali giochi un ruolo importante nella progressione della malattia. Le cause più comuni di gonartrosi secondaria sono i postumi di fratture articolari del ginocchio, i malallineamenti (ginocchio varo e valgo), il disallineamento dell’apparato estensore, le instabilità (rottura inveterata dei legamenti crociati), i postumi di interventi oggi non più praticati di meniscectomia totale e quelli di osteocondrite dissecante e di osteonecrosi condilica. Raramente si riconoscono anche cause sistemiche,quali alcune malattie dismetaboliche.

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Come si manifesta?

Il ginocchio artrosico è innanzitutto dolente (gonalgia). Il dolore, che è esacerbato dalla flessione massima, è in genere ben localizzato. Non di rado una coesistente cisti di Baker, raccolta fluida palpabile nell’incavo del ginocchio (poplite), provoca una fastidiosa sensazione di tensione o pressione nell’incavo del ginocchio.  Il dolore in principio è occasionale, conseguente in genere a sforzo (es. una lunga camminata, alcune rampe di scale…), e viene prontamente alleviato dal riposo. Con il tempo, esso può divenire permanente, fino a disturbare il sonno. Il dolore indotto dal carico determina una claudicazione di fuga: in altre parole, il paziente tende a caricare poco sull’arto dolente, accorciando la fase di appoggio sul piede corrispondente. La zoppia, oltre che da questo meccanismo protettivo, deriva anche dalla progressiva flessione del ginocchio, che, non potendosi più estendere completamente, rende difficoltosa la deambulazione. Nelle fasi avanzate, l’usura spesso asimmetrica dell’articolazione tende a determinare un malallineamento in varo o valgo o ad aggravarne uno pre-esistente.

Quali esami sono utili?

La diagnosi di gonartrosi è squisitamente radiologica. E’ sufficiente una radiografia in carico nelle due proiezioni standard (anteroposteriore e laterale) per evidenziare i quattro segni radiologici fondamentali dell’artrosi: riduzione della rima articolare, addensamento dell’osso sotto la cartilagina, geodi (ovvero cavitazioni dell’osso, più rare nel ginocchio di quanto non si osservi nell’anca) e osteofiti. Non si sottolinea mai abbastanza la necessità che questa radiografia venga eseguita in carico, cioè con il paziente in piedi, così da dimostrare con certezza la riduzione della rima articolare. In preparazione ad un intervento chirurgico è bene eseguire ulteriori indagini, che permettano di pianificare al meglio la procedura: in genere una teleradiografia sotto carico (ovvero una lastra lunga che comprende la totalità degli arti inferiori per valutare eventuali correzioni assiali necessarie durante l’intervento) e le proiezioni assiali della rotula (con ginocchio flesso a 30° e 60° per valutare la necessità di protesizzare anche la rotula) completano così il quadro. Nella valutazione di un ginocchio artrosico TAC e RMN sono esami perlopiù inutili.

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Come si cura?

La soluzione più efficace della gonartrosi è chirurgica ed è rappresentata dalla protesi di Ginocchio (totale o monocompartimentale a seconda del quadro clinico). Tuttavia l’usura degli impianti (che costituisce un problema reale nei pazienti giovani) e la non trascurabile invasività dell’intervento ne consigliano l’impiego nelle forme avanzate, caratterizzate da una riduzione della qualità della vita e dall’uso frequente di analgesici. Nelle forme iniziali e caratterizzate da una significativa deviazione assiale (ginocchio varo o valgo), è possibile eseguire interventi correttivi (le cosiddette osteotomie) che, riallineando l’arto, arrestano o rallentano la degenerazione articolare. In questo modo è possibile, su pazienti relativamente giovani, posticipare di molti anni o persino evitare la sostituzione protesica del ginocchio.

A volte l’artroscopia con “lavaggio” dell’articolazione può migliorare temporaneamente la situazione nei casi di artrosi iniziale. I trapianti di cartilagine sono riservati ai danni localizzati della superficie articolare (infortuni, osteocondrite,…).

  Le forme iniziali possono trovare un temporaneo (ma a volte abbastanza duraturo) giovamento nella viscosupplementazione locale. Questa terapia, di competenza prettamente specialistica, viene eseguita mediante una serie di 5-6 infiltrazioni endoarticolari di preparati a base di acido jaluronico di diverso peso molecolare, ripetuti a cicli di 8-10 mesi. La finalità della viscosupplementazione è il miglioramento della lubrificazione del ginocchio e del trofismo delle cartilagini.

L’ infiltrazione cortisonica, da non confondere con la viscosupplementazione (solo la via di somministrazione accomuna questi due presidi), è uno strumento potente, capace di risolvere rapidamente un quadro infiammatorio locale che a volte si sovrappone alla gonartrosi. Poichè i cortisonici possono deteriorare le strutture nobili intra-articolari (cartilagini, menischi e legamenti), andrebbero riservati solo a pazienti che non siano candidati a procedure conservative (come le osteotomie o le protesi monocompartimentali).

 La terapia farmacologica è essenzialmente palliativa e dovrebbe essere impiegata, in modo possibilmente ciclico e non continuativo, per alleviare i disturbi nel paziente non candidato alla protesizzazione (perché ancora poco sintomatico o inoperabile). La categoria farmacologia fondamentale è rappresentata dagli antiinfiammatori/antidolorifici, mentre alcuni integratori dedicati (preparati a base di glucosamine e composti analoghi) potrebbero avere un effetto benefico nel rallentare la degenerazione del tessuto cartilagineo, ma non vi sono ancora di studi adeguati che confermino questa ipotesi.

Poichè il ginocchio è circondato da un “astuccio” osseo solido e spesso, le comuni Terapie fisiche (laser, ultrasuoni, elettroforesi…) risultano in genere poco efficaci. Maggiori possibilità di successo (sia pure temporaneo) sono date dalla radarterapia e dall’elettroterapia, soprattutto nei pazienti magri. Nei soggetti obesi il calo ponderale ottiene grandi benefici e può prevedibilmente rallentare l’evoluzione del danno articolare, mentre un moderato esercizio fisico in assenza di carico (nuoto, bicicletta) permette di conservare più a lungo la mobilità e il trofismo muscolare, ritardando la comparsa di rigidità. Ovviamente le attività fisiche in carico, come il jogging, e tutti gli sport di contatto sono da evitare, poiché potrebbero accelerare la progressione del danno cartilagineo.

Protesi di ginocchio

La chirurgia è indicata quando i vari trattamenti conservativi (medicamenti, fisioterapia, infiltrazioni,…) non permettono più di ridurre la sintomatologia dolorosa. L’intervento consiste nel sostituire la parte danneggiata del ginocchio con una protesi composta da una parte metallica e una parte di plastica. A secondo dello stato del ginocchio il medico effettuerà una protesi totale o parziale (sostituzione totale o parziale) del ginocchio.

Tipi di protesi

Ci sono diversi tipi di protesi del ginocchio, ma tutte sono composte da 3 partI: la componente femorale metallica, la componente tibiale metallica e la componente intermedia di plastica fissa o mobile. A volte la parte articolare della rotula o patella viene pure sostituita. A secondo dei casi la protesi viene fissata con o senza l’ausilio di una speciale colla (cemento). Le protesi senza cemento sono rivestite da una superficie rugosa nella quale l’osso crescerà. Il chirurgo sceglierà il tipo di protesi più adatto al paziente.

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Preparazione

Il paziente viene ricoverato solitamente alcuni giorni prima dell’intervento. In ospedale verranno effettuati gli esami preoperatori non ancora effettuati in precedenza (per es. radiografia torace, prelievo sangue, elettrocardiogramma,… a dipendenza del paziente), la visita del medico del reparto e/o del chirurgo e del medico del team responsabile dell’anestesia. In questa occasione c’è ancora tempo di fare domande ai medici su aspetti ancora poco chiari perché il paziente deve dare il suo consenso all’intervento confermando che è al corrente dei benefici e rischi della procedura proposta. Questo foglio informativo vi aiuta a ricevere le dovute informazioni.

L’intervento

Il giorno dell’operazione il paziente si prepara all’intervento assistito dall’infermiere. Il paziente indossa un camice e cuffia. I gioielli, occhiali, lenti a contatto, protesi dentarie saranno tolti. Il paziente viene portato in sala operatoria circa una mezz’ora prima dell’intervento. Il paziente non deve assolutamente  ne mangiare ne bere 6 ore prima dell’intervento.

 L’operazione è eseguita nella maggioranza dei casi in anestesia perdurale o spinale (iniezione dell’anestetico a livello della schiena ciò che addormenta gli arti inferiori) e a volte in anestesia generale. L’anestesista illustrerà e motiverà il metodo di anestesia prescelto durante il colloquio preoperatorio. Sempre più spesso vengono associati diversi tipi di anestesia in modo da assicurare una analgesia post-operatoria continua (anestesia locoregionale lasciata in sede dopo l’intervento in modo da lasciare parzialmente addormentata la gamba operata grazie ad un catetere inserito a livello della coscia). Una buona analgesia post-operatoria permette una rieducazione precoce e indolente. Spetta comunque all’anestesista di decidere e scegliere il metodo più idoneo a seconda del paziente.

L’intervento di protesi totale del ginocchio dura da 1 a 2 ore. L’incisione cutanea è lunga circa 20 cm longitudinale sulla parte anteriore del ginocchio. L’articolazione viene aperta ribaltando la rotula. L’estremità del femore e della tibia sono preparati in modo minuzioso per ricevere l’impianto protetico scelto. I menischi e il legamento crociato anteriore vengono tolti. Tutti gli altri legamenti sono lasciati in sede. A volte la parte articolare della rotula è anche sostituita. Per posizionare esattamente la protesi il chirurgo utilizza degli strumenti di taglio con guida meccanica. La ferita è chiusa con dei clip. Nel ginocchio sono inseriti dei tubicini per il drenaggio del sanguinamento e per il recupero del sangue (autotrasfusione). Il sanguinamento durante l’intervento è minore perché la circolazione nella gamba operata viene interrotta durante l’intervento. Solitamente non è necessario trasfondere il paziente.

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Dopo l’intervento

L’analgesia ossia il controllo dei dolori in fase post-operatoria è importante per il benessere del paziente. Perciò vengono somministrati farmaci per via endovenosa (flebo) o tramite un catetere inserito nella coscia oppure in sede peridurale che inietta regolarmente per il tramite di una pompa un anestetico che “paralizza” parzialmente la zona operata.

 Il giorno dopo l’intervento inizia la fisioterapia. Il paziente viene alzato autorizzando il carico totale e il ginocchio viene mobilizzato mediante una stecca elettrica (Kinetec). Il fisioterapista comincerà quindi il programma di riabilitazione stimolando il paziente a camminare anche a volte senza stampelle.

 La durata della degenza dipende innanzitutto delle condizioni di aiuto che il paziente trova al proprio domicilio. Il ricovero dura da 5 a 10 giorni. Dopo il ricovero il paziente dovrà continuare la fisioterapia ambulatoriamente o  presso una clinica di riabilitazione.

Dopo il ricovero

Una volta ritornato a casa è raccomandato che il paziente continui ad eseguire gli esercizi insegnati dal fisioterapista. Il paziente non deve tentare a guidare la macchina fin quando non è in grado di eseguire una frenata d’emergenza.

 La ripresa dell’attività lavorativa è possibile dopo circa 6 settimane (lavori d’ufficio) fino 3 mesi (lavori pesanti). Il rendimento completo del ginocchio è ottenuto non prima di 6 mesi dopo l’intervento.

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Quali sono I rischi potenziali dell’operazione ?

L’intervento di protesi del ginocchio porta nella maggior parte dei casi grandi benefici al paziente. Però come qualsiasi atto chirurgico possono insorgere delle complicazioni. Il paziente deve essere informato sulle possibili complicazioni prima di dare il suo consenso. Raramente dopo un’ intervento di protesi del ginocchio si possono osservare  le seguenti complicazioni o problemi non desiderati:

 v      Ematoma post-operatorio dovuto ad un sanguinamento più importante del solito. Per evitare che un ematoma rimanga nell’articolazione vengono inseriti dei drenaggi aspirativi sotto la ferita e all’interno del ginocchio. Questi drenaggi sono lasciati 24-48 ore.

v      Infezione: La ferita o l’articolazione possono infettarsi e necessitare un nuovo intervento di pulizia. Antibiotici vengono amministrati durante l’intervento per prevenzione.

v      La gamba operata può aver una lieve differenza di lunghezza .

v      Una lesione di nervi o vasi durante l’intervento è un evento molto rare ma sempre possible.

v      Un eccesso di produzione di tessuto cicatriziale può causare una limitazione della mobilità del ginocchio (anchilosi, artrofibrosi). Ogni tanto e reso necessario un ulteriore intervento di scioglimento delle aderenze cicatriziali. Solitamente il ginocchio operato raggiunge una flessione di 90° in 1 a 2 settimane. Raramente il raggiungimento di tale mobilità richiede più tempo. Per recuperare rapidamente la mobilità del suo ginocchio il paziente riceve un adeguata analgesia ed è sottoposto a fisioterapia di mobilizzazione

v      A volte si può osservare delle lussazioni della rotula .

v      Durante le prime settimane dopo l’intervento è possibile sviluppare un coagulo in una vena della gamba (trombosi venosa profonda) che può anche portare ad un embolia polmonare. Per diminuire il rischio di trombosi venosa si esegue una iniezione quotidiana di un farmaco per liquidificare il sangue e vendono messe delle calze compressive.

Prima dell’operazione, l’operabilità del paziente viene valutata tramite l’esame clinico, esame di laboratorio e eventualmente valutazione dell’anestesista o di altri specialisti secondo il caso ( per es. cardiologo, internistico,…). A volte si può rinunciare di eseguire l’intervento se i medici considerano che un paziente in cattive condizione di salute abbia troppe possibilità di sviluppare una complicazione grave.

Statisticamente dopo 15 anni più del 95 % delle protesi sono ancora in grado di funzionare bene. Raramente può essere necessario eseguire un intervento di revisione o sostituzione della protesi in caso di usura precoce o scollamento . Approfittate della proposta del vostro chirurgo di eseguire regolarmente dei controlli clinici e radiologici anche dopo alcuni anni. Grazie alla sua esperienza il medico che l’ha operato è in grado di riconoscere precocemente eventuali complicazioni. I vari controlli post-operatori con radiografie sono eseguiti dopo 1, 3, 6 mesi 1, 2, 5, 10 anni.

La coxartrosi o artrosi dell’anca è una patologia cronico-degenerativa dell’articolazione dell’anca caratterizzata dall’usura dei capi articolari che si instaura progressivamente fino a compromettere la normale deambulazione.

c1L’articolazione dell’anca è formata da due capi ossei sferici, uno concavo (l’acetabolo), l’altro convesso (la testa del femore), che permettono il movimento dell’arto inferiore in tutti i piani dello spazio. La testa del femore è quindi libera di ruotare all’interno dell’acetabolo. Le due superfici della testa femorale e dell’acetabolo risultano perfettamente congruenti e sono ricoperte da cartilagine, una struttura che protegge l’osso e facilita lo scivolamento tra i due capi articolari. La testa del femore non è però completamente contenuta all’interno della cavità acetabolare; l’estrema stabilità dell’articolazione è garantita infatti anche dal labbro acetabolare, che aumenta la superficie di contenzione della testa del femore avvolgendola in periferia per tutta la circonferenza. Il legamento rotondo, posto all’apice della testa del femore, àncora la testa femorale al fondo dell’acetabolo, garantendo ulteriormente la stabilità dell’articolazione. Tutta la testa del femore con il suo collo è inoltre avvolta dalla capsula articolare, una struttura che si inserisce sul margine dell’acetabolo e delimita lo spazio articolare. Intorno alla capsula articolare vi sono poi numerosi legamenti che conferiscono stabilità, mentre diversi muscoli permettono l’ampio  movimento dell’articolazione.

Patogenesi

Nella coxartrosi si verifica un danno della cartilagine articolare che si assottiglia progressivamente fino a mettere a nudo l’osso sottostante; questo a sua volta reagisce addensandosi e deformandosi, con la produzione di escrescenze ossee a forma di becco (osteofiti) che limitano il movimento, e cavità cistiche (geodi) contenenti liquido sinoviale. A sua volta la capsula articolare si ispessisce e i muscoli si retraggono fino a determinare una caratteristica postura e andatura tipica del soggetto affetto da grave coxartrosi.

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Si distinguono due forme principali di coxartrosi:

Coxartrosi primaria. E’ la forma più frequente (90% dei casi), ad eziopatogenesi non definita, più comune in soggetti di età avanzata (oltre i 60 anni). Consiste in una alterazione metabolica primitiva della cartilagine articolare senza eventi anamnestici o malattie concomitanti. Nella coxartrosi primaria, tuttavia, sono riconosciuti diversi  fattori di rischio tra cui, oltre la familiarità, il sovrappeso o obesità, un’attività lavorativa o fisica molto intensa e praticata per molti anni fin da giovane (per esempio sportivi di alto livello), una forma anatomica non così perfetta dell’anca o dell’arto inferiore in toto tali da sottoporre l’anca ad un lavoro scorretto continuativo.

– Coxartrosi secondaria. Meno frequente (10% di casi), più comune in soggetti giovani adulti (40-50 anni), riconosce precise cause locali e sistemiche:

displasia-lussazione congenita dell’anca

necrosi asettica della testa del femore

esiti di traumi (fratture-lussazioni, epifisiolisi)

conflitto femoro-acetabolare

malattie infiammatorie croniche (artrite reumatoide, psoriasi, LES)

malattie metaboliche (gotta, m.di Paget)

uso di farmaci (corticosteroidi)

infezioni

 Segni e sintomi

Il danno progressivo della cartilagine, la deformazione articolare e la retrazione dei tessuti determina clinicamente dolore e rigidità articolare al movimento con crescente disabilità; il soggetto artrosico riferisce un tipico dolore sordo in regione inguinale e/o glutea, che si aggrava con la stazione eretta prolungata o con lo sforzo, e successivamente tende ad estendersi anche alla coscia ed al ginocchio. Il dolore è solitamente causato da infiammazione della sinovia, iperemia capsulare e ossea, e da stimolazione dei nocicettori a livello del periostio Al dolore si accompagna la limitazione articolare che, nel tempo, tende a ridurre il movimento dell’anca rendendo difficoltose anche attività quotidiane banali quali alzarsi da seggiole basse o infilarsi calze e scarpe. Anche la camminata con il tempo diventa meno fisiologica, obbligando a “scaricare” l’appoggio sull’anca malata mediante l’inclinazione del bacino e il sovraccarico della regione lombare (lombalgia secondaria), e rendendo spesso necessario l’ausilio di un bastone. Negli stadi più avanzati il completo consumo del rivestimento cartilagineo e dell’osso dei capi articolari può determinare accorciamenti significativi dell’arto interessato, fino a superare il centimetro, e in casi estremi la completa fusione dell’articolazione con perdita totale del movimento (anchilosi).

 Indagini strumentali

La diagnosi strumentale di coxartrosi è principalmente radiografica e si avvale del semplice studio nelle due proiezioni classiche:

radiografia del bacino per anche con proiezione 1:1 e radiografia assiale di anca.

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A volte possono essere necessari ulteriori esami:

Risonanza magnetica (RMN) del bacino: utile per escludere coxartrosi secondarie o necrosi cefaliche;

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Tomografia assiale computerizzata (TAC) del bacino: da eseguire in soggetti già affetti da patologie all’anca come grave displasia congenita dell’anca, epifisiolisi, esiti di fratture dell’acetabolo, che possono aver modificato l’anatomia dell’anca da operare in modo tale da rendere difficoltosa l’applicazione di una protesi “standard”.

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Diagnosi differenziale

Esistono diverse patologie che possono essere causa di coxalgia con dolore in sede inguinale, che vanno sempre identificate ed distinte dalla coxartrosi. Le più frequenti sono:

– lombosciatalgia e lombocruralgia

– dismetria degli arti inferiori

– ernia inguinale

– patologie dell’arteria femorale (aneurisma)

– tumori

– infezioni

 

Trattamento

Il trattamento della coxartrosi è volto a tre obiettivi principali:

  • ridurre il dolore, e la conseguente limitazione funzionale dell’anca affetta;
  • mantenere il movimento dell’anca: un’anca artrosica tende col tempo a diventare sempre più rigida, e la rigidità limita il paziente (per esempio nel sedersi, nel fare le scale, tagliarsi le unghie dei piedi, allacciarsi le scarpe o salire e scendere dall’automobile);
  • evitare, per quanto possibile, la progressione della malattia.

Il trattamento della coxartrosi si avvale di un approccio conservativo e farmacologico nelle forme lievi-moderate, ma in presenza di un danno artrosico rilevante l’unico trattamento efficace è quello chirurgico di sostituzione protesica.

 Terapia medica

Non esiste alcun farmaco né alcun presidio fisico scientificamente capace di far regredire le lesioni degenerative della cartilagine e dell’osso che stanno alla base dell’artrosi. Le varie terapie mediche, farmacologiche e fisiche possono al massimo rallentare l’evoluzione dell’artrosi o mitigare, per periodi a volte lunghi, i vari disturbi legati al danno degenerativo.

E’ consigliabile:

  • il mantenimento di un buon tonotrofismo degli arti inferiori, cioè “tenersi in forma”, in quanto l’anca trae beneficio dal movimento, soprattutto in scarico, e da una buona forma dei muscoli circostanti; sono consigliati la ginnastica dolce, l’attività fisica leggera costante, e la chinesi in acqua (ginnastica in acqua). Tanto più iniziale è lo stadio dell’artrosi, tanto più intensa ed efficace sarà la fisioterapia; viceversa, tanto più grave è la patologia tanto più la fisioterapia dovrà essere moderata e con obiettivi limitati.
  • Farmaci antinfiammatori e antidolorifici: parte del dolore è dovuto ad un processo infiammatorio che si realizza all’interno dell’articolazione dell’anca. I farmaci servono a ridurre tale processo, riducendo anche il dolore.
  • Farmaci condroprotettori: hanno la funzione di proteggere e nutrire la cartilagine articolare. Possono essere somministrati per via sistemica (per bocca) o per iniezione diretta all’interno dell’articolazione (infiltrazione intra-articolare), che nel caso dell’anca è preferibile eseguire sotto guida ecografica.
  • Utilizzo di ortesi (ausili alla deambulazione): per scaricare cioè togliere un po’ di peso all’anca artrosica, può essere utile il ricorso ad un bastone o una stampella, da usare dal lato opposto all’anca affetta.
  • Calo ponderale: diminuendo il peso, l’anca viene scaricata e ne può derivare un notevole beneficio. Spesso infatti viene consigliata una visita dietologica.

 Chirurgia: Artroprotesi di anca

c6L’impianto di una protesi totale d’anca prevede la sostituzione dell’articolazione coxo-femorale, ormai irrecuperabilmente alterata, con una artificiale, con l’obiettivo di eliminare il dolore e consentire al paziente un miglioramento della motilità articolare.

La protesi totale d’anca è costituita fondamentalmente da due componenti: la componente femorale che viene inserita nel canale midollare e quella cotiloidea fissata all’osso iliaco del bacino. Sulla componente femorale si fissa la testina protesica che andrà ad articolarsi con la componente cotiloidea.

Oggigiorno sono disponibili diversi tipi di protesi sia per materiali sia per modelli tra i quali il chirurgo può attuare una scelta. Nella pratica clinica ormai da molti anni viene utilizzato uno stelo protesico di titanio rivestito di idrossiapatite (materiale di composizione analoga all’osso) che viene incastrata a “press-fit” cioè a pressione nel canale femorale. La componente acetabolare è costituita da una porzione in titanio (coppa) che sempre ad incastro viene fissata all’osso del bacino e da una porzione interna alla coppa (inserto) in materiale ceramico o in polietilene o in metallo. In caso di necessità (esiti di displasia congenita dell’anca, difetti ossei, esiti di fratture) la componente metallica acetabolare viene fissata al bacino mediante viti.

La protesi è formata poi da un collo che viene inserito o è già integrato allo stelo femorale, sul quale si applica la testina protesica più spesso in materiale cer amico. Al fine di ripristinare l’anatomia fisiologica dell’anca operata, possono essere utilizzati steli con vari gradi di inclinazione del collo o con colli “modulari” con i quali il chirurgo può correggere nei vari piani dello spazio l’inclinazione, l’antiversione o retroversione.

c7La testina protesica è disponibile a sua volta in diverse lunghezze per permettere un ulteriore versatilità dell’impianto che va“personalizzato” sul malato, ovviando soprattutto al problema della eterometria degli arti. A volte infatti sono presenti preoperatoriamente importanti differenze di lunghezza degli arti: è utile sapere che si può ripristinare un pareggiamento degli arti quando la differenza non superi i 3-3.5 centimetri poiché “allungare” un arto durante un intervento di artroprotesi oltre i 3.5 centimetri espone al rischio di danno delle strutture nervose, in particolare del  nervo sciatico.

La scelta del modello varia a seconda della qualità dell’osso ospite, dell’età del paziente e dall’esperienza del chirurgo. In alcuni casi l’osso ospitante può essere osteoporotico o deformato in modo tale da rendere instabile l’impianto della protesi; per l’acetabolo, come detto sopra, si ovvierà utilizzando una o più viti, mentre per lo stelo può essere necessario “ riempire” la cavità attorno alla protesi con un cemento acrilico a presa rapida che colmi lo spazio tra la superficie protesica e la corticale femorale (artroprotesi con stelo cementato).

c8Un’ulteriore differenziazione tra i diversi modelli di artroprotesi d’anca utilizzate oggi è data dai diversi materiali di accoppiamento testa femorale-inserto del cotile: le diverse possibilità prevedono metallo-polietilene, ceramica-polietilene, ceramica-ceramica e metallo-metallo. Ognuno di questi accoppiamenti presenta un diverso coefficiente di usura che determina la longevità della protesi. Per le loro caratteristiche di resistenza meccanica, inoltre, gli accoppiamenti ceramica-ceramica e metallo-metallo permettono l’utilizzo di teste femorali più grandi, consentendo una maggiore articolarità dell’anca operata.

In casi selezionati, specie in pazienti giovani con alte richieste funzionali, in forme specifiche di coxartrosi, negli ultimi vengono utilizzate protesi mininvasive a stelo corto, protesi anatomiche  e protesi di rivestimento, in cui viene “sacrificato” meno osso femorale, garantendo una alta capacità funzionale e di durata all’impianto. Tali impianti di recente introduzione, tuttavia, necessitano ancora di follow-up a più lungo termine e casistiche più ampie, con basse complicanze a breve e a lungo termine, per poterne convalidare il loro pieno successo.

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Tutti i materiali utilizzati nelle artroprotesi di anca sono altamente biocompatibili.

 

Norme da seguire prima del ricovero. Nel periodo che intercorre tra la visita ortopedica ed il ricovero per intervento il paziente, oltre a sottoporsi ai predepositi di sangue eventualmente prescritti durante la visita anestesiologica o ad ulteriori esami specialistici (quali ad esempio un controllo ecocardiografico), il paziente deve attuare una serie di provvedimenti che gli permettano di giungere all’intervento nelle migliori condizioni generali o locali possibili.

 

c10–  sospensione assunzione di farmaci anticoagulanti orali (cardioaspirina, tiklid, coumadin) da eseguire almeno 6 giorni prima del ricovero del ricovero per intervento e, se necessario per le condizioni cardiocircolatorie, sostituirli con eparina a basso peso molecolare da assumere per via iniettiva una volta al giorno.L’indicazione a ciò viene data dal medico anestesista durante la visita anestesiologica, in caso contrario contattare prima del ricovero il medico curante e/o il medico ortopedico che ha posto il paziente in lista operatoria.

 

calo ponderale in caso di sovrappeso, al fine di ridurre sia le complicanze intra e postoperatorie sia il sovraccarico funzionale sull’anca operata;

fisiochinesiterapia pre-operatoria che prevede rinforzo dei muscoli glutei, quadricipite, addominali e flessori del ginocchio; al contrario se è presente dolore intenso, il paziente deve mettersi a riposo e praticare fisioterapia a scopo antalgico (elettroanalgesia, laserterapia, magnetoterapia) con l’associazione di eventuale terapia farmacologia secondo il parere del medico curante. Anche tale terapia antidolorifica va sospesa 5 giorni prima del ricovero per intervento.

Al momento del ricovero il paziente deve portare con sé tutta la documentazione in suo possesso: in particolare tutte le radiografie, gli  esami eseguiti e le copie delle cartelle cliniche di eventuali  precedenti ricoveri.

Degenza pre-operatoria. Durante il ricovero per l’intervento, il paziente (se necessario) esegue nuovamente esami di laboratorio, esami radiografici, visita internistica e anestesiologica.Viene inoltre impostata la profilassi antibiotica secondo protocolli formulati sui principi attivi più efficaci e che possono comunque subire modifiche in base alle necessità soggettive del paziente. Qualora non vi siano indicazioni particolari la terapia antibiotica viene somministrata durante la seduta operatoria ed eventualmente proseguita a discrezione del medico. In mancanza di fattori predisponenti la terapia antitromboembolica viene iniziata il giorno stesso dell’intervento dopo l’atto chirurgico. In caso di pazienti già in terapia con anticoagulanti è necessario (come già detto), che questi siano sospesi o sostituiti almeno cinque giorni prima del ricovero con farmaci eparinici secondo quanto prescritto durante la visita anestesistica. Al paziente viene confermata l’indicazione chirurgica e gli viene fatto firmare il consenso informato con l’elenco dei rischi generici legati all’intervento chirurgico (frattura della diafisi femorale, mobilizzazione secondaria del cotile e/o dello stelo, possibile infezione della ferita chirurgica) e i rischi particolari connessi alle problematiche presentate dal suo caso specifico. Nel giorno che precede l’intervento il paziente deve essere accuratamente “preparato” secondo un protocollo igienico-alimentare prestabilito: nel pomeriggio viene eseguita pulizia intestinale o con lassativi o con clistere. Successivamente viene richiesto al paziente di eseguire una doccia con sapone antisettico monouso, consegnato dal personale infermieristico assieme ad uno schema per la corretta esecuzione della pulizia personale. E’ indispensabile indossare indumenti puliti dopo ogni lavaggio. A partire dalla mezzanotte fino al mattino del giorno dell’intervento il paziente deve rispettare il digiuno assoluto, secondo le indicazioni del personale infermieristico, che inoltre provvederà alla depilazione con kit sterile monouso, secondo l’indicazione dell’équipe medica; quindi il paziente verrà invitato a ripetere una doccia o a detergere la zona da operare con sapone antisettico per rimuovere i peli residui. Si renderà, quindi, necessario il cambio totale della biancheria del letto. Il catetere vescicale viene applicato solo in caso di necessità: nella maggioranza dei casi direttamente in sala operatoria o nel post-operatorio in caso di difficoltà ad urinare.

c11Prima di eseguire un intervento di protesi anca è necessario valutare attentamente la radiografia ed eseguire una planning pre-operatorio molto accurato allo scopo di valutarne le difficoltà, di scegliere il tipo di protesi e il tipo di accoppiamento, le taglie, i biomateriali, ottimizzare il posizionamento per ripristinare la geometria ideale. La pianificazione dettagliata dell’intervento di protesi d’anca rappresenta un aspetto di fondamentale importanza per il chirurgo ortopedico che si dedica a questo genere di problematiche.

 

c12Intervento chirurgico. L’applicazione di un’artroprotesi dell’anca comprende diversi tempi sia medico-anestesistici che chirurgici. Il paziente viene portato dal personale ausiliario in sala operatoria dove sosta nella sala d’attesa fino all’entrata nella sala di anestesia. Qui viene accolto dal medico anestesista e dalla nurse di anestesia che, dopo controllo dei parametri vitali, iniziano l’anestesia vera e propria. Già prima di scendere in sala operatoria il paziente ha avuto un colloquio con il personale dell’equipe anestesiologica che gli ha prospettato i tipi di anestesia e i vantaggi o svantaggi dell’anestesia generale o spinale/epidurale. Una volta entrato nella sala d’anestesia il paziente conferma all’anestesista il suo desiderio di eseguire un tipo di anestesia rispetto ad un altro e insieme concordano su come ­­procedere.

Durante il colloquio con il medico ortopedico e la firma del consenso informato, il paziente è stato edotto circa le modalità dell’intervento e le eventuali problematiche specifiche legate al suo caso. In particolare sulla necessità di tempi chirurgici accessori quali l’asportazione di placche e viti o l’uso di innesti ossei. L’atto chirurgico consiste inizialmente nell’incisione della cute e delle parti molli fino a giungere alla componente ossea che viene preparata sia a livello cotiloideo che femorale per l’applicazione della protesi. Una volta applicata la protesi, si procede alla ricostruzione della capsula, dei tendini e delle parti molli, fino alla sutura cutanea che decreta il termine dell’intervento stesso. Le nuove tendenze in chirurgia protesica dell’anca sono orientate verso l’applicazione di “tecniche mininvasive” che prevedono non  tanto una incisione cutanea di ridotte dimensioni quanto soprattutto il maggiore rispetto possibile dei tessuti muscolari, fondamentali nella cinematica dell’anca. I tessuti vengono accuratamente sezionati e reinseriti al fine di rendere più stabile la protesi con minor rischi di lussazione e possibilità di iniziare a deambulare precocemente dopo l’intervento (già il giorno dopo l’intervento) e abbandonare i bastoni entro 30 giorni dall’intervento stesso. Questa tecnica mininvasiva può non essere applicata in casi particolari quali una importante displasia congenita dell’anca, che prevede l’allungamento dell’arto da operare, in caso di esiti di pregressi interventi o in caso di importante obesità. In tutti questi casi sarà il chirurgo ortopedico a “spiegare” i passaggi chirurgici al paziente sia in fase di raccolta del consenso informato sia nei giorni seguenti l’intervento quando gli verrà “raccontato” il suo intervento chirurgico.

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Degenza post-operatoria. Terminato l’intervento il paziente viene “risvegliato” e stabilizzato dal medico anestesista per poter essere riportato in reparto senza problemi. Il personale medico ed infermieristico fornisce l’adeguato supporto alle condizioni generali dell’operato, controllando inoltre che l’arto sia correttamente posizionato in lieve abduzione con ausilio di cuscino divaricatore, valutando colore, motilità e sensibilità delle dita. Il paziente non deve assolutamente muoversi da tale posizione. Dalla ferita operatoria fuoriescono tubi di drenaggio per le perdite ematiche: il personale ne controlla la pervietà registrandone le perdite ematiche; in seconda giornata post-operatoria si procede alla rimozione del drenaggio e nei giorni successivi alle medicazioni della ferita chirurgica. Nel periodo post operatorio è prevista una terapia infusionale e prelievi per controlli ematologici. Il sangue autologo, eventualmente prelevato prima dell’intervento, viene reinfuso al paziente nei giorni successivi all’intervento. In caso di necessità viene somministrato sangue omologo di banca previo consenso del malato. Per i primi giorni al paziente vengono infusi liquidi necessari alla reidratazione post-chirurgica e somministrata terapia antibiotica, se necessaria. La terapia antalgica viene stabilita e strettamente sorvegliata dal medico anestesista nel giorno seguente l’intervento, in casi particolari viene utilizzata una terapia del dolore che si avvale di una pompa infusionale (collegata al catetere venoso) che contiene un’associazione di farmaci antidolorifici e miorilassanti che riducono il dolore nell’immediato post-operatorio e favoriscono le prime fasi della riabilitazione funzionale, riducendo la contrattura antalgica e incrementando la partecipazione del paziente, che avvertendo minor dolore riesce ad essere più collaborante. Tale pompa infusionale viene rimossa a discrezione dell’anestesista secondo il protocollo riabilitativo concordato con l’ortopedico e il fisiatra; quindi sostituita dalla somministrazione di farmaci antalgici ad intervalli regolari nell’arco della giornata o a richiesta del paziente. Il paziente viene mantenuto sotto terapia anticoagulante per tutta la degenza ospedaliera e in seguito proseguirà il trattamento anticoagulante anche a domicilio.

Dimissione

Al momento della dimissione viene eseguita un ulteriore medicazione. I punti di sutura vengono tolti dal medico curante secondo i tempi e le indicazioni contenute nella lettera consegnata al paziente: solitamente a 15-20 giorni dall’intervento, una volta ottenuta la cicatrizzazione. Qualora la sutura cutanea sia stata eseguita con punti metallici al paziente viene consegnata una pinzetta sterile “monouso” per la rimozione delle graffette. Nella lettera di dimissione viene inoltre indicata la profilassi anticoagulante da eseguire a domicilio. Si sottolinea che il rischio di trombosi venosa profonda è alto finché il paziente non deambula concedendo il carico senza i bastoni: fino a quel momento è necessario mantenere la terapia anticoagulante.

Qualora non sia avvenuto nei giorni di ricovero, durante le successive tre settimane il paziente dovrà progressivamente aumentare il carico fino a raggiungere il carico completo e l’abbandono del bastone antibrachiale del lato operato. A un mese dall’intervento il paziente deve essere rivisto in ambulatorio e, dopo valutazione della radiografia (radiografia del bacino e radiografia ascellare dell’anca operata), si prescrive di abbandonare anche il secondo bastone concedendo il carico libero. Dopo tale visita ambulatoriale il paziente potrà abbandonare l’uso del cuscino durante il riposo a letto e la terapia anticoagulante.

 

Complicanze

L’intervento di artroprotesi d’anca, come per qualsiasi atto chirurgico, può prevedere l’insorgenza di complicanze di diversa gravità. Oggigiorno però vi sono molte strategie per prevenire tali complicanze o perlomeno per riconoscerle e curarle tempestivamente. Il paziente deve essere informato prima di dare il suo consenso all’intervento chirurgico.

– infezioni superficiali e profonde (0,5-2%)

– anemia post-operatoria che può richiedere la necessità di trasfusione (0,5-12%)

– trombosi venose profonde (6-20%)

– embolia polmonare/decesso (0,001-1,5%)

– lesioni nervose e vascolari (0,5-1,7%)

– lussazione protesica precoce e tardiva (1-6%)

– mobilizzazione e usura (0,8-5%)

– fratture periprotesiche (1-8%)

– ossificazione eterotopiche (0,1-9%)

– dismetria degli arti (0,5-6%)

– zoppia (0,1-6%)

– cicatrici cheloideee (0,3-8%)

 

Trattamento riabilitativo

Nell’impostare il trattamento riabilitativo ci sono due variabili importanti da considerare:

  • condizioni generali e locali pre e postoperatorie.
  • collaborazione del paziente, le cui aspettative devono essere supportate da una corretta informazione da parte dell’ortopedico e del fisiatra.

Generalmente il paziente inizia il trattamento rieducativo a letto il giorno stesso l’intervento, compatibilmente alle condizioni generali. Si eseguono esercizi isometrici del quadricipite e dei glutei e una mobilizzazione attiva/assistita della tibio-tarsica che attiva la pompa plantare. Il principale obiettivo è ottenere una valida azione antitromboembolica.

Questo trattamento viene eseguito dal fisioterapista; il paziente viene invitato a ripetere tali esercizi nell’arco della giornata autonomamente. Il giorno successivo l’intervento, rimosso il drenaggio, inizia la mobilizzazione attiva / assistita dell’arto operato secondo il protocollo riabilitativo concordato tra equipe medica e fisiatrica. Il trattamento avverrà prima in posizione supina, poi al paziente viene insegnato ad assumere la posizione eretta e a deambulare con carico progressivamente crescente sull’arto operato inizialmente con un deambulatore, quindi con due antibranchiali.

È indispensabile che il paziente, una volta dimesso, prosegua il trattamento cinesiterapico a domicilio o in un centro di riabilitazione. In posizione supina, con i piedi appoggiati sul letto, anche e ginocchia flesse, sollevare il bacino dal piano del letto. Mantenere la posizione per qualche secondo e tornare nella posizione iniziale (contribuisce al rinforzo dei muscoli glutei)(fig.1). Sempre da supino, flettere l’anca operata, forzare la flessione ottenuta afferrando la coscia con le mani a ginocchio flesso. Da questa posizione estendere e flettere il ginocchio (migliora la flessione dell’anca e rinforza i muscoli quadricipite ed i flessori del ginocchio)(fig.1). In posizione laterale sul lato non operato, con un cuscino tra le ginocchia, abdurre l’arto, mantenere la posizione e ritornare alla posizione di partenza (rinforza i muscoli glutei)(fig.2). In posizione seduta, flettere ed estendere alternativamente il ginocchio (rinforza il quadricipite ed i flessori del ginocchio)(fig.3). In piedi, flettere ed estendere l’anca operata; nella flessione flettere il ginocchio, nell’estensione estenderlo (rinforza i muscoli glutei ed i flessori dell’anca e del ginocchio). Abdurre l’anca operata (allontanando l’arto inferiore operato da quello sano, verso l’esterno), mantenere la posizione e tornare alla posizione iniziale (rinforza i muscoli glutei).

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Alla dimissione viene consigliato di praticare nuoto e cyclette. Per utilizzare correttamente la cyclette si consiglia di alzare la sella in modo da compiere agevolmente l’intero giro del pedale. Nei giorni successivi, al fine di migliorare la flessione dell’anca, si abbasserà la sella di circa 1 cm al giorno. Gli esercizi alla cyclette verranno eseguiti 3 o 4 volte al giorno per una durata di 30 minuti ciascuno.

Prevenzione della lussazione di protesi

Nel primo mese dopo l’intervento è necessario evitare posizioni o movimenti che possano provocare la lussazione della artroprotesi. Tali movimenti peraltro devono essere effettuati sempre con cautela anche in seguito per scongiurare il rischio delle lussazioni.

COSA NON SI DEVE FARE:

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  • Non flettere né extra ruotare eccessivamente l’anca per indossare le scarpe

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  • Non accavallare l’arto operato; non sedere su sedute basse

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  • Non chinarsi in avanti quando si è seduti

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  • Non flettere né extra ruotare eccessivamente l’anca per indossare le scarpe

COSA SI DEVE FARE:

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  • Per raccogliere oggetti dal pavimento appoggiarsi ad un piano o al bracciolo di una sedia, quindi appoggiare a terra il ginocchio dell’arto operato.

Inoltre il paziente per il primo mese deve:

  • Evitare di dormire dal lato dell’arto operato
  • Evitare sedie troppo basse
  • Evitare di camminare su terreni accidentati
  • Evitare un aumento ponderale

c20Nella maggioranza dei casi il paziente può riprendere le sue abitudini di vita abbastanza precocemente; tuttavia è difficile dare indicazioni generalizzate perché molto dipende dall’età del paziente, dalle sue condizioni generali e dall’esito dell’intervento. In generale il ritorno all’attività lavorativa avviene entro un mese circa dall’intervento purchè non si esegua lavori fisicamente impegnativi per i quali è necessario un atteggiamento più prudente; il ritorno all’attività sportiva specie nel giovane adulto è possibile dopo 2 mesi circa ,escludendo tuttavia sport che prevedano il contatto fisico.

 

Per una buona riuscita dell’intervento di reimpianto protesico è necessario eseguire controlli ambulatoriali periodici. Generalmente il primo controllo si esegue a 30 giorni dalla dimissione e poi a 2 mesi, seguito da controlli periodici ogni 3-6 mesi e quindi, in assenza di complicazioni, una volta all’anno a discrezione dell’ortopedico. Ad ogni controllo ambulatoriale viene richiesta l’esecuzione di una radiografia del bacino per anche in ortostasi più un assiale di anca.

 

m1Lo scopo della chirurgia protesica del ginocchio è quello di diminuire il dolore e di ripristinare la funzione dell’articolazione malata. Anche se la sostituzione totale del ginocchio (chiamata “Protesi Totale di ginocchio”) è una scelta eccellente per i pazienti affetti da artrosi del ginocchio, esistono altre opzioni chirurgiche. I pazienti con artrosi che è limitata ad una sola parte del ginocchio possono essere candidati per la Protesi Monocompartimentale del ginocchio (anche chiamata protesi di ginocchio “parziale”).

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Descrizione

La Protesi Monocompartimentale di ginocchio è una opzione terapeutica per una piccola percentuale di pazienti con artrosi del ginocchio. Il vostro medico può consigliarvi la protesi parziale del ginocchio se la vostra artrosi è limitata ad una sola parte del ginocchio.

Il ginocchio è diviso in tre grandi compartimenti: il compartimento mediale (la parte interna del ginocchio), il compartimento laterale (la parte esterna), e il compartimento femoro-rotuleo (parte anteriore del ginocchio tra la rotula e il femore).

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Nell’intervento chirurgico di Protesi Monocompartimentale di ginocchio, viene sostituito con metallo e plastica solo il compartimento danneggiato. La cartilagine e l’osso sano della restante parte del ginocchio non vengono toccati.

In genere l’artrosi che è una malattia cronico degenerativa, cioè è una malattia la cui naturale storia evolutiva è quella di peggiorare col tempo e di estendersi, nel ginocchio inizia colpendo un solo compartimento per poi interessare man mano gli altri compartimenti.

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Per questo motivo la Protesi Monocompartimentale è un intervento che viene effettuato spesso nelle persone giovani, che ovviamente hanno molto dolore e che sono motivate e che quindi non trascurando il loro problema con l’attesa e si sottopongono ad intervento chirurgico. Capita dunque che alla prima visita ortopedica per il vostro problema al ginocchio vi venga consigliato l’intervento di protesi parziale e che dopo qualche anno questo tipo di intervento non sia già più praticabile ma vi venga consigliato l’intervento di protesi totale.

Vantaggi della Protesi Monocompartimentale di ginocchio

Molteplici studi hanno dimostrato che le moderne Protesi Monocompartimentale di ginocchio si comportano molto bene nella maggior parte dei pazienti in cui l’indicazione ad eseguire questo intervento chirurgico era corretta.

I vantaggi della Protesi Monocompartomentale del ginocchio rispetto alla protesi totale comprendono:

  • Incisione e aggressione chirurgica più piccole (Mini-Invasiva).
  • Meno perdita di sangue durante l’intervento.
  • Meno dolore dopo l’intervento.
  • Recupero più rapido.

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Inoltre, poiché l’osso, la cartilagine e i legamenti nelle parti sane del ginocchio non vengono sacrificati come succede invece nella protesi totale, la maggior parte dei pazienti riferiscono che una Protesi Monocompartimentale di ginocchio la si avverte come più “naturale” rispetto ad una protesi totale. Un ginocchio con la Protesi Monocompartimentale, inoltre, si può piegare meglio.

Un altro fondamentale vantaggio di questo intervento per cui è particolarmente consigliato nei giovani è che l’intervento di sostituzione della Protesi monocompartimentale (revisione) che si renderá necessario quando l’impianto si sará usurato nel tempo (in media 10-15 anni) è decisamente più semplice e meno rischioso dell’intervento di sostituzione della Protesi Totale.

Svantaggi della Protesi Monocompartimentale di ginocchio

Gli svantaggi della Protesi Monocompartimentale del ginocchio rispetto alla protesi totale includono:

  • L’andamento del dolore dopo l’intervento è leggermente meno prevedibile.
  • Potenziale necessità di ulteriori interventi chirurgici: ad esempio dopo una protesi monocompartimentale se in futuro l’artrosi progredisce e si sviluppa nelle zone del ginocchio che prima erano sane, può rendersi necessaria un ulteriore intervento di rimozione della protesi parziale e sostituzione con una protesi totale del ginocchio.

Candidati ideali per la Protesi Monocompartimentale

Il vostro medico può consigliarvi l’intervento chirurgico, se siete affetti da una forma avanzata di artrosi e si sono esaurite tuute le opzioni di trattamento non chirurgico. La chirurgia dovrebbe essere considerata solo se il vostro problema al ginocchio sta colpendo in modo significativo la qualità della vostra vita e interferisce con le normali attività quotidiane.

Per essere un candidato ideale per questa procedura, la vostra artrosi deve essere limitata ad un solo compartimento del ginocchio ed i vostri legamenti devono essere sani.

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I pazienti con Artrite Reumatoide, notevole rigidità del ginocchio, deviazioni assiali (varo o valgo) troppo accentuate o con danni ai legamenti non sono candidati ideali per questo tipo di intervento chirurgico. Un chirurgo ortopedico della nostra equipe vi aiuterà a capire se questa procedura è adatta per voi. Con una corretta selezione dei pazienti, le moderne protesi monocompartimentali di ginocchio hanno dimostrato eccellenti risultati a medio e lungo termine sia nei pazienti più giovani e che negli anziani.

La valutazione ortopedica

Per determinare se si può beneficiare di una protesi parziale di ginocchio, il vostro medico di famiglia può fare riferimento ad un chirurgo ortopedico per una valutazione più approfondita.

Storia medica

Il vostro ortopedico vi chiederà alcune cose circa il vostro dolore al ginocchio. Vi chiederà di indicargli la localizzazione precisa del vostro dolore. Se il dolore è localizzato quasi esclusivamente su una sola parte del ginocchio, interna o esterna, allora si può prendere in considerazione l’intervento di protesi parziale del ginocchio. Se invece il dolore coinvolge tutto il ginocchio oppure il dolore è nella parte anteriore del ginocchio (sotto la rotula) forse la soluzione più indicata per voi è la protesi totale.

Visita medica

Il medico esaminerà attentamente il vostro ginocchio. Cercherà di determinare la localizzazione del vostro dolore. Il medico verificherà e annoterà quanto il vostro ginocchio si flette e se si estende completamente e farà delle manovre per appurare se i legamenti sono sani o lacerati. Se il ginocchio è troppo rigido, o se i legamenti nel ginocchio sono lassi o rotti, allora il vostro ortopedico probabilmente non vi consiglierà la Protesi Monocompartimentale di ginocchio.

Test di imaging

Il medico può ordinarvi diverse radiografie del ginocchio per verificare il grado della vostra artrosi. In alcuni casi si può consigliare anche una Risonanza Magnetica per valutare meglio le condizioni della cartilagine e l’integrità dei legamenti

La tua chirurgia

prima della chirurgia

Probabilmente entrerete in ospedale il giorno prima dell’intervento chirurgico.

Prima della procedura, un medico del reparto di anestesia vi valuterà. Esaminerà la vostra storia medica e discuterà con voi le scelte relative all’anestesia. L’anestesia può essere generale (dormirete) o spinale (siete svegli, ma il vostro corpo è insensibile dalla vita in giù).

Il chirurgo prima dell’intervento firmerà il ginocchio da operare per marcare il sito chirurgico.

Procedura chirurgica

Una operazione di sostituzione parziale del ginocchio dura in genere 1 ora.

Il chirurgo eseguirà una piccola incisione nella parte anteriore del ginocchio (circa 8 cm). Esplorerà quindi i tre compartimenti del ginocchio per verificare che il danno della cartilagine sia, di fatto, limitato ad un compartimento solo e che i legamenti siano intatti. Se il chirurgo riterrà che il ginocchio non è adatto per una sostituzione parziale del ginocchio, eseguirà una sostituzione totale del ginocchio. Il vostro ortopedico discuterà questo piano di emergenza con voi prima del vostro intervento per assicurarsi che siete d’accordo con questa strategia.

Se il ginocchio è adatto per una sostituzione parziale del ginocchio, il chirurgo utilizzerà seghe speciali per rimuovere la cartilagine dal compartimento danneggiato del ginocchio e colmerà le estremità del femore e della tibia con rivestimenti protesici di metallo. I componenti metallici generalmente sono fissati all’osso con del cemento speciale. Un inserto di plastica sará inserito fra le due componenti di metallo per consentire una superficie di scorrimento liscia.

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Dopo l’intervento chirurgico sarete portati nella vostra camera di degenza.

Clicca qui e guarda video-tutorial 3D interattivo sulla Protesi monocompartimentale per saperne di più su quest’intervento chirurgico.

In alcuni casi per le persone particolarmente giovani affette da artrosi di due compartimenti su 3 oppure nei casi di artrosi di un solo compartimento associato ad una rottura del Legamento crociato anteriore laddove esisterebbe indicazione ad eseguire una Protesi Totale, oggi in centri specializzati in questa chirurgia come il nostro si riesce ad associare nello stesso tempo interventi di ricostruzione legamentosa + Protesi Monocompartimentale oppure Protesi Monocompartimentale + Protesi Femoro-Rotulea e questo per essere meno invasivi possibile.

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Complicazioni

Come con qualsiasi procedura chirurgica, ci sono rischi anche con la Protesi Monocompartimentale del ginocchio anche se la natura squisitamente Mini-Invasiva di questo intervento riduce ancora di più i rischi rispetto all’intervento di sostitzuine totale del ginocchio. Il chirurgo discuterà tutti i rischi con voi e prenderà misure particolari per evitare tutte le possibili complicanze.

Anche se rari, i rischi più comuni sono:

  • Coaguli di sangue: Coaguli di sangue nelle vene delle gambe sono la più comune complicanza della chirurgia di sostituzione del ginocchio. Coaguli di sangue si possono formare nelle vene profonde delle gambe o del bacino dopo l’intervento chirurgico. Fluidificanti del sangue come il warfarin (Coumadin), eparina a basso peso molecolare, l’aspirina o altri farmaci possono aiutare a prevenire questo problema.

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  • Infezione: Vi verrà somministrato un antibiotico prima dell’inizio del vostro intervento chirurgico e questo sarà continuato per circa 24 ore dopo, per prevenire l’infezione.
  • Lesioni a nervi o vasi: Anche se accade raramente, nervi o vasi sanguigni possono essere lesionati o stirati durante la procedura chirurgica.
  • Dolore continuo.
  • Rischi dell’anestesia.

Ripresa

Poichè una sostituzione parziale del ginocchio viene eseguita attraverso una piccola incisione, meno invasiva, l’ospedalizzazione è più breve, e la riabilitazione e il ritorno alle normali attività quotidiane è più veloce.

I pazienti di solito avvertono meno dolore postoperatorio, meno gonfiore, e hanno una riabilitazione più facile rispetto ai pazienti sottoposti alla protesi totale del ginocchio. Nella maggior parte dei casi, i pazienti vanno a casa 4-5 giorni dopo l’operazione.

Potrete iniziare a mettere peso sul ginocchio operato subito dopo l’intervento chirurgico. Potrebbe essere necessario un deambulatore o due stampelle per i primi giorni fino a quando diventerete abbastanza abili a camminare senza aiuto.

Un fisioterapista vi darà esercizi per aiutare a mantenere la vostra gamma di movimento e ripristinare la vostra forza. Continuerete a vedere il vostro chirurgo ortopedico per le visite di follow-up in ospedale ad intervalli regolari.

È molto probabile che riprenderete le normali attività della vita quotidiana già 6 settimane dopo l’intervento chirurgico.

 

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